FINALMENTE EGITTO (9)

DARAW e MARSA ALAM

Si parte alle 8 del mattino, la strada per Marsa Alam è lunga, dobbiamo riprendere la Aswan-Luxor e quando si arriva a Edfu svoltare a destra per la superstrada che attraverso il deserto porta dritti a Marsa. Ma prima…

sosta a Daraw, piccolo villaggio a circa metà strada tra Aswan e Kom Ombo per visitare il mercato dei cammelli. Abbandoniamo la strada principale e ci addentriamo nelle strette vie del villaggio tra case di mattoni crudi e palmizi fino ad arrivare, dopo una decina di minuti, di fronte al mercato. Tutta l’area, di forma romboidale, è chiusa da un muro di cinta. Naga parcheggia l’auto a ridosso del muro, a piedi ci avviamo verso l’unico accesso del mercato, un alto portale sormontato da una tettoia curva.

Entriamo.

Bastano pochi passi per rendersi conto di aver fatto un salto indietro nel tempo, quando guidate dai beduini nel deserto lunghe colonne di cammelli giungevano nei caravanserragli. Sulla nostra destra alcuni bassi e fatiscenti porticati si stendono per una trentina di metri al centro di un vasto cortile in terra battuta, servono per dare ombra ai commercianti per un tè, uno spuntino o un po’ di riposo. La loro giornata è lunga e faticosa, il commercio, infatti, lo si fa sul campo, nell’area “espositiva” vicino ai cammelli.

Le trattative a volte sono tranquille altre volte molto animate, quando venditori e compratori urlano le proprie richieste e offerte a voce sempre più alta. Assistendo a una di queste dispute mi sono convinto che anche qui vale la stessa regola in voga ai tempi di mio nonno: chi vusa pùse’ la vaca l’e’ sua. (chi grida di più la vacca è sua) mentre invece il detto “cacciare soldi, vedere cammello” viene smentito alla grande. Qui prima si vede cammello poi si cacciano i soldi.

Facciamo un giro, pur trafficato il mercato non è al massimo delle presenze, a volte è talmente affollato che è un problema muoversi. Per fortuna oggi non è così perché tra animali, uomini e il caldo che comincia a farsi sentire, uno non abituato potrebbe soffrire.

Faccio qualche foto

Questo posto mi affascina, mi dà un senso di primitivo, osservo la gente e una cosa mi sorprende. È la prima volta che vedo tanti uomini tutti insieme e non uno, giovane o anziano, che abbia in mano un telefonino. Eppure in qualche recondita tasca della galabiya (la tunica tradizionale egiziana) molti ce l’hanno, ma non lo usano, scherzano, socializzano, parlano tra loro senza essere distratti dalle telecomunicazioni.

Prendo dalla tasca il pacchetto delle gomme da masticare, mettendone in bocca una mi accorgo che un ragazzino sui dieci dodici anni mi guarda incuriosito, istintivamente allungo la mano offrendogliene una, lui diffidente resta immobile, allora sorridendo insisto ma lui resta fermo e serio. Parlare non serve, non so l’arabo né lui l’italiano o l’inglese, allora a gesti gli dico: aspetta, guarda… mastico per bene la gomma, poi soffiando faccio un palloncino che mi esplode subito sul naso, ridiamo. Allungo di nuovo la mano col pacchetto, lui esita poi lo prende e felice corre verso il gruppetto dal quale si era staccato. Immagino quello che ora sta dicendo ai suoi amici, ridono mentre lui distribuisce le gomme, sicuramente faranno la gara a chi riuscirà il palloncino più grosso.

Con un cenno della mano saluto, dobbiamo andare, ricorderò sempre gli occhi di quel ragazzino, pieni di felicità per un pacchetto di cicche.

All’uscita dal mercato si ferma accanto a noi un uomo in moto. Lui scende e ci propone , a pagamento, qualche foto con un suo amico, mentre parla apre una borsa e ne estrae un cobra. Riesco a fare una foto, poi mi rifugio in macchina. Non per il pericolo, il serpente, povero lui, è evidentemente rimbambito, ma per la profonda repulsione che ho per i rettili.

Lasciamo Daraw, all’ennesimo posto di blocco pochi km prima di Edfu abbiamo purtroppo la conferma di quello che Naga ci aveva anticipato alla partenza: la strada che porta a Marsa è chiusa agli stranieri. Qualcuno ha trovato dell’oro nelle rocce del deserto e subito è iniziata la corsa all’oro. Nella nottata e nei giorni precedenti ci sono stati scontri a fuoco tra polizia e i cercatori quindi per ragioni di sicurezza la strada è chiusa a tutti i non egiziani.

Il problema ora è che per arrivare a Marsa bisogna fare il giro dell’oca, Luxor-Qena-Safaga-Al Quseir-Port Ghalib-Marsa. Invece dei 225 km dobbiamo farne almeno 560 per un totale di 8-9 ore di macchina, traffico e strade permettendo.

Sono le 13.00 così decidiamo di fermarci per il pranzo a Edfu in un posto che conosce Naga. Bene, lo street food non prometteva niente di buono invece qui ho mangiato i falafel più buoni d’Egitto. Poco distante dal nostro tavolo un signore si sta facendo tranquillo il suo narghilè, lo invidio, noi invece dobbiamo correre.

Ci rimettiamo in macchina, Naga macina km su km ci fermiamo solo per “scali tecnici” e per comprare della frutta in un chiosco lungo una strada complicata dai numerosi dossi, posti di blocco e dal solito traffico fatto non solo da auto e camion, ma anche da carretti, tuc tuc, taxi collettivi pieni all’inverosimile e somari guidati da ragazzini. Per qualche km siamo stati dietro a un camioncino nel cui cassone c’erano diverse persone e un cavallo.

Per fortuna dopo Qena l’autostrada del deserto è vuota e possiamo procedere con più velocità. Le ore passano, pian piano il sole tramonta incendiando l’orizzonte al confine del deserto.

Col buio, comincia il gioco d’azzardo… la roulette egiziana. Da Safaga verso sud l’autostrada è a due corsie per senso di marcia. All’improvviso senza alcun cartello o avviso, le nostre due corsie diventano a doppio senso. Ce ne rendiamo conto dopo le prime quattro o cinque auto che con sorpresa e spavento pensavamo fossero contromano. Invece no, probabilmente l’altra carreggiata è chiusa e il traffico deviato sulla nostra. Ma il bello della roulette non è solo la mancanza di cartelli, a rendere più “divertente” la cosa è una abitudine di molti in Egitto: quella di viaggiare di notte a fari spenti.

Vabbè…

Arriviamo stanchi morti al nostro resort a Marsa. Sono le 22.15, salutiamo con dispiacere Naga, prima di tutto per la cortesia e l’amicizia che ci ha riservato in questi giorni egiziani e poi pensando che deve farsi altri 300 km per tornare a Luxor dove abita. Grazie di tutto Naga. Many thanks for all Naga. Dopo una veloce cena andiamo dritti in camera che ci accoglie comoda e fresca come un oasi nel deserto.

Due giorni di riposo in spiaggia guardando il mare che a dispetto del nome ha tutte le tonalità del blu, altro che Mar Rosso…

E poi il giorno del ritorno. Il sole cala sull’aeroporto di Marsa Alam in un malinconico tramonto, poi il volo verso casa.

Ecco, si conclude così il mio primo viaggio in Egitto. Ci tornerò ancora per vedere quello che non ho visto: le piramidi di Giza, Saqqara, i musei del Cairo, la valle delle Regine, la casa di H. Carter, il tempio di Philae, Abu Simbel e perché no, anche qualcosa di già visto, perché non ci si stanca mai di queste meraviglie, come pure delle mille contraddizioni dell’Egitto moderno. Lo dice uno che ha paura dell’aereo e di molte altre cose, ma che bisogna superare per conoscere e vivere.

Viaggiare è sempre un’esperienza, ogni volta diversa, unica, istruttiva, che ti lascia nel cuore sempre qualcosa in più di quando sei partito, come vedere gli occhi di un bambino felice… per un pacchetto di cicche.

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