1822-2022, il bicentenario di una storia affascinante.

Siamo a Menfi, capitale dell’Antico Regno Egizio.

un sinodo di sacerdoti promulga un decreto dedicato al faraone Tolomeo V Epiphanes

Il faraone aveva avuto il merito di ristrutturare il tempio del dio Ptah, la principale divinità della città.   Il decreto riporta i benefici resi al Paese dal faraone, le tasse da lui cancellate, la decisione di erigere in tutti i templi d’Egitto statue in onore degli dèi, l’ordine che il testo sia inciso sulla pietra in diverse copie ed esposto in tutti i templi d’Egitto. Inoltre, il testo deve essere scritto con le “parole degli dèi” (geroglifici), quelle del popolo (demotico) e quelle dei greci. Gli esperti e abili scalpellini egiziani si mettono subito all’opera e su una lastra di granito nero incidono il decreto nelle tre lingue come voluto dal faraone.

È il 196 a.C.

Ma nel quinto secolo d.C. la situazione cambia, le autorità cristiane subentrate alle dinastie faraoniche, ordinano la chiusura dei santuari egizi che vengono smantellati e le pietre con cui erano stati eretti vengono impiegate in nuove costruzioni nell’area del delta e installazioni militari sulla costa.

E’ il 1798 quando Napoleone Bonaparte sbarca ad Alessandria.

Il suo intento è quello di occupare l’Egitto, ma la reazione inglese è immediata, per i britannici l’area è considerata vitale per il controllo delle rotte commerciali con le Indie e l’oriente. Il conflitto tra i due eserciti è inevitabile.

Durante i lavori di consolidamento di un antico forte turco a El Rashid, un piccolo villaggio egiziano a 8 km dal mare chiamato dai francesi Rosetta, il capitano Pierre-François Bouchard si imbatte nell’antica pietra nera, una lastra in granito alta 1,14 mt, larga 72 cm, spessa 27 cm e pesante circa 760 kg.

Subito intuisce di aver effettuato una scoperta eccezionale ed invia il reperto, a cui viene dato il nome di STELE DI ROSETTA, al quartier generale del Cairo. Napoleone, grande estimatore della civiltà egizia, decide di far arrivare alcuni esperti da Parigi per studiare il contenuto della stele di Rosetta e per farne fare alcune copie.

Una di queste è conservata al Museo Egizio di Torino dove è possibile ammirarla.     

Ma i francesi non fanno a tempo ad inviarla a Parigi, nei primi mesi del 1801 le truppe napoleoniche sono sconfitte e, come stabilito nel trattato di capitolazione di Alessandria, tutti i reperti antichi recuperati devono passare ai vincitori.

La stele di Rosetta, insieme a tanti altri manufatti, raggiunge nel 1802 Londra ed esposti al British Museum.

Nei primi tempi i responsabili del museo decidono di colorare le iscrizioni in gesso bianco per favorirne la visione al pubblico.

Poi la stele è stata riportata ai suoi colori originali e oggi la si trova rinchiusa in una grande teca di vetro. 

La stele si presenta divisa in tre parti scritte nelle tre diverse grafie usate a quel tempo in Egitto: il geroglifico, una grafia di cui non si conosceva il significato. il demotico, usato solitamente per i documenti ordinari, il greco antico, lingua ufficiale della dinastia tolemaica d’Egitto.

Il testo del decreto era così composto:   

1419 geroglifici, 32 righe in demotico, 486 parole in greco divise su 54 righe.

Nessuno dei tre testi è però completo perché la stele ritrovata è solo una parte dell’originale.  La parte dei geroglifici ha subito i danni maggiori, solo le ultime 14 righe sono leggibili. Il testo in demotico è invece la parte meno danneggiata visto che tutte le righe sono leggibili. Il testo scritto in greco ha invece solo 27 righe complete su 54.

La scoperta della stele è stata fondamentale per la decifrazione dei geroglifici. Fu il francese Jean-François Champollion 

che senza mai vedere l’originale, studiando la copia conservata a Torino, servendosi delle sue intuizioni e degli studi dell’inglese Thomas Young,  capì che le tre grafie della stele riportavano lo stesso testo.

Dopo più di 20 anni di lavoro, Champollion riuscì a tradurre i geroglifici. Nessuno vi era mai riuscito prima, visto che il significato dei geroglifici era andato perso nella notte dei tempi.

Era il 1822.

Oggi duecento anni dopo, grazie a Champollion e alle scoperte degli archeologi e studiosi di tutto il mondo, possiamo capire le parole e la grammatica di una lingua morta da duemila anni. Grazie a loro possiamo apprezzare tutta la grandezza di una civiltà sì estinta ma che si rivela ogni giorno sempre più, attuale e moderna.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Torna in alto